Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

NATIVITA' DEL SIGNORE 2003
Natale 1223: la messa al presepe di San Francesco d'Assisi
"Natale con San Francesco"
Iconografia della Natività nella Basilica di S. Francesco
Programma celebrazioni liturgiche
Concerti di Natale
NATALE 1223: LA MESSA AL PRESEPE DI SAN FRANCESCO D'ASSISI

NATALE 1223:
LA MESSA AL PRESEPE DI SAN FRANCESCO D'ASSISI

Dopo il capitolo generale di Pentecoste del 1223 Francesco d'Assisi si rivolse a Papa Onorio III facendogli due richieste. La risposta affermativa per ambedue segnerà la storia della spiritualità e religiosità popolare nonché dell'arte dell'occidente cristiano (1). Anzitutto presentò al Papa il testo definitivo della Regola da approvare, preparato durante il detto capitolo; una approvazione che sarà concessa il 29 novembre e che consentirà a Francesco e ai frati di agire, oltre che con la grazia divina anche con l'autorità dei pontefice. La seconda richiesta riguardava l'approvazione della celebrazione solenne che Francesco "egregius artifex" e "liber ingenio” (2) aveva in mente di mettere in scena nella prossima ricorrenza liturgica di Natale. Tra i biografi di Francesco, solo Bonaventura da Bagnoregio tramanda notizia della seconda (3).


ONORIO III APPROVO’ IL "PRESEPE" DI GRECCIO

Se Francesco sentì la necessità di informare il Pontefice e di chiedergli l'approvazione per la celebrazione natalizia che aveva in mente di fare, questo vuol dire che tale iniziativa non consisteva solamente nel raffigurare la scena di Natale nel senso affatto nuovo di mettere insieme le figure plastiche dei protagonisti dell'episodio del Vangelo, come quelle viste sia in sculture che in dipinti, esistenti fin dal paleocristiano (4).
Nel 1207 Innocenzo III aveva criticato degenerazioni nel dramma liturgico dell'"Officium pastorum", denunciandone presenze di persone indegne, modi e stili eccessivamente teatrali (5). Diffuse critiche provenienti probabilmente da parte di liturgisti e movimenti rigoristi, lo avevano spinto ad intervenire. Ma a Francesco non dispiaceva tradurre in dramma né immagini evangeliche né riti liturgici; purché lo spettacolo non mortificasse la devozione (6). Nel suddetto Capitolo, alla presenza del cardinale Ugolino dei Conti di Segni, protettore e correttore della fraternità, Francesco aveva ammonito che non intendeva adottare stili e dettami monastici per quel che riguardava il cammino spirituale dei suoi frati. La scadenza del Natale 1223 gli offriva un'occasione buona per ribadire che non intendeva celebrare il mistero liturgico nel modo freddo e distaccato del cerimoniale ufficiale, poco coinvolgente il popolo sia causa l'uso della lingua latina in preghiere e canti, sia per l'azione liturgica riservata troppo unilateralmente al clero celebrante. E' in questo contesto che va compresa l'ammonizione di Francesco ai suoi frati chierici: "Dicano l'ufficio con devozione davanti a Dio non badando alla melodia della voce e non accarezzando gli orecchi del popolo con la mollezza del canto" (7). Non va dimenticato il fatto che è con Francesco d'Assisi, "ignorante e illitterato", (8) che si dà inizio in Italia al laudario religioso espresso e cantato in lingua volgare. La nascita di una sempre più vigorosa pratica devozionale laicale con riti e laudari propri del secolo XIII, si deve al nuovo sentire popolare di cui Francesco rimane il promotore più autorevole (9). L'accattivante stile della drammatizzazione non necessariamente disturbava la devozione, e con la solennità natalizia a Greccio, Francesco lo dimostrerà. Così riferirà il suo primo biografo: “Il Santo di Dio è in piedi dinanzi alla mangiatoia, pieno di sospiri, stemprato di compassione, soffuso di mirabile gioia. Quindi sulla mangiatoia viene celebrata una messa solenne e il sacerdote gusta una consolazione ben singolare. Francesco si veste da diacono, poiché era diacono e cantando il Vangelo con la sua voce sonora, irresistibile, dolce e penetrante eleva i presenti ai sommi premi. Quindi predica al popolo, e con parole di miele rievoca la nascita dei povero Re nella piccola Betlem. Nel pronunziare Betlem imitava il belato della pecora, riempendosi la bocca di voce ma ancor più di tenero affetto, e quando nominava il 'Bambino di Betlem' o 'Gesù' si lambiva le labbra con la lingua, quasi a gustare e deglutire tutta la dolcezza di quelle parole" (10).

GRECCIO: UN "PRESEPE" SENZA REPLICHE

Il "presepe di Greccio", mai più replicato dallo stesso Francesco, fu primariamente una Messa solenne. Dimenticarlo è deviante e non rende verità all'episodio e alla sua originaria trasmissione letteraria e iconografica. Quella richiesta al Papa di approvare il suo "presepe" includeva anzitutto la richiesta che si potesse celebrare l'eucarestia solenne su un altare portatile, all'aperto, fuori quindi dal luogo canonico del presbiterio di una chiesa o cappella (11). Includeva anche quella richiesta, l'avviso che egli vi intendeva partecipare da diacono per poter cantare il Vangelo e tenerne il relativo commento omiletico com’era nel suo stile: più da mimo o giullare anziché da chierico cantore (12). Francesco era consapevole anche, che in quanto diacono, veniva a porsi come ponte e mediatore tra sacerdote e popolo, costituito da nobili e gente comune (13).
Ma la richiesta di approvazione su quel che voleva fare era anche una richiesta che favoriva la partecipazione attiva della popolazione del villaggio di Greccio. Egli voleva fare del paese di "Greccio una nuova Betlemme", come dirà il biografo Tommaso da Celano. Più che rievocare l'episodio egli voleva rivivere il mistero. "Uomini e donne con la gioia nel cuore facevano a gara nel preparare ceri e fiaccole per rischiarare quella notte fatidica, in cui si accese la Stella che illuminò tutti i giorni e tutti gli anni. Alcuni preparano la mangiatoia, altri recano il fieno, altri ancora pensano al bue e all'asinello" (14). I chierici celebranti, gli uomini, le donne, i giovani e i bambini dovevano essere "Maria", "Giuseppe" i "pastori" e i "magi" in quel presepio vivente. A viva voce e in scritto Francesco aveva insegnato a tutti i credenti, seguendo un filone di pensiero che attraversa il nuovo testamento (Mt 23,37; Gal 4,19) e la patristica (Origene), a saper diventare "madri del Signore": "Siamo madri sue, quando lo portiamo nel cuore e nel nostro corpo con l'amore, e lo generiamo attraverso sante opere" (15).
Qui si può intravedere l'audace creatività pastorale di Francesco che lo ha spinto ad informare Onorio III dell'iniziativa, per difendersi da accuse di novità liturgiche al limite dell'anarchia. Per Bonaventura da Bagnoregio informare sulla concessione liturgica del Papa era lo stesso che presentare Francesco che vuole la presenza degli animali come se questa fosse la ragione principale della richiesta fatta a questi. Dice la fonte: “Perché il ricordo solenne della nascita del fanciullo Gesù non fosse ascritto ad un desiderio di novità, dopo aver chiesto ed ottenuto la licenza del Sommo Pontefice, fece preparare la stalla, e portare sul luogo del fieno, un bue e un asino" (16).

NATALE COME FESTA DELLA FRATELLANZA COSMICA

La "messa-presepe" di Greccio doveva essere segno liturgico festoso, direi una celebrazione della fratellanza intesa dall'uomo di Dio nel senso più universale. Una festa nel nome e alla presenza reale di Colui che Maria ha reso da "Signore della Maestà nostro Fratello" (17). La messa-presepe di Greccio è la traduzione liturgico-spettacolare di un insegnamento fondamentale di Francesco pastore del popolo di Dio. "La notte affratellò nella delizia uomini e animali", scrisse Tommaso da Celano (18). Quella della "fratellanza cosmica in Gesù Fratello primogenito di ogni creatura" (Col 1,15) è la categoria che rende ragione di sentire salvifica e universale la figura di Francesco. Ancor più che nel Cantico di frate Sole, nel presepio di Greccio vediamo la realizzazione di tale fratellanza, poiché nel Cantico gli animali non sono né nominati né presenti se non indirettamente. Mentre nella celebrazione grecciana perfino la "notte", insieme al "paesaggio" della valle di Rieti diventano "attori". “La selva risuona di voci e le rocce imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia" (19). La festa di Francesco coinvolge messianicamente il tempo e lo spazio, compresi e convissuti nel Verbo ricreatore del mondo e della storia.

Della gioia natalizia tutti: uomini, animali, muri, dovevano sempre partecipare. "Un giorno i frati discutevano assieme se rimaneva l'obbligo di non mangiare carne, dato che il Natale quell'anno cadeva di venerdì ("dies Veneris!"). Francesco rispose a frate Morico: "Tu pecchi fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino. Voglio che in un giorno come questo anche i muri mangino carne, e se questo non è possibile, almeno ne siano spalmati all'esterno. Voleva che in questo giorno i poveri ed i mendicanti fossero saziati dai ricchi e che si desse ai buoi e agli asini una razione di cibo e di fieno più abbondante del solito" (20). Non si può escludere che tanto comportamento iperbolico di Francesco, promotore della "Pascha Nativitatis", fosse diretto contro la svalutazione agostiniana del Natale ritenuto celebrazione "non in sacramento" (come la "Pascha Resurrectionis") ma soltanto "in memoriam" (compleanno) (21). Quando i figli del Santo tradurranno il sentire natalizio di Francesco in categorie teologiche, il mistero dell'incarnazione diventerà il "summum opus Dei". L'approvazione ecclesiale di Onorio III aveva legittimato non solo la novità liturgica natalizia esteriore, ma anche il supporto biblico-teologico sul quale il "novus evangelista", Francesco, l'aveva fondata (22).

IL PRESEPE DI GRECCIO IN RETROSPETTIVA

L'indole fortemente affettiva ed emotiva, ereditata dai genitori, permetteva a Francesco di materializzare al massimo le immagini di fede. “Mens in carne patuit” (23) è la formula celaniana a proposito della somatizzazione della intensa partecipazione ai dolori del Redentore. E' la stessa formula di pietà espressa in termini identici, che spiega tanto l'attaccamento all'eucarestia quotidiana quanto la volontà di sceneggiare la nascita povera del Verbo. Rispettivamente: "Dell'Altissimo figlio di Dio nient'altro io vedo corporalmente in questo mondo, se non il santissimo corpo e sangue nel sacramento dell'altare" e "Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello" (24). Mistero dell'incarnazione e presenza eucaristica coincidono: "Ogni giorno il Signore Gesù si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l'altare nelle mani del sacerdote" (25). Aveva scritto il liturgista Valfrido Strabone (secolo IX), commentando le rubriche dell'"Officium Pastorum": "Il corpo di Gesù viene adagiato nella mangiatoia vale a dire sull'altare" (26). Francesco poteva aver conosciuto l'immagine natalizio-eucaristica dall'iconografia dipinta e plastica del tempo. Gli storici di Francesco continuano a discutere sulla presenza o meno della figura plastica del Bambino Gesù a Greccio. Tenendo in mente il desiderio della visione dell'ostia consacrata nella cultura eucaristica del tempo optiamo per la non presenza di tale statuetta. Scrittori posteriori arrivano addirittura ad affermare come visto in realtà dallo stesso Francesco il Bambino Gesù che i primi biografi chiaramente descrivono come esistente solamente nella visione simbolica di Giovanni Velita, l'amico di Francesco incaricato a preparare la scenografia della messa solenne (27). La visione del Bambino che si risveglia voleva solo sintetizzare il risultato di venti anni di apostolato evangelico in cui e per cui Francesco aveva riattivato e rigenerato nel cuore della massa popolare la fede nel Verbo Incarnato. Gli storiografi concordano nel ritenere Francesco d'Assisi colui che come nessun altro ha fatto sentire il Cristo come contemporaneo alla propria generazione (28).

A Francesco d'Assisi è stato unanimemente riconosciuto un ruolo fondamentale nella rinascita dei teatro religioso, dell'arte e della pietà popolare, all'inizio dei secondo millennio, in Occidente (29). Il contributo di Francesco al rinnovamento del clima culturale religioso nel passaggio dal feudale al comunale, dal bizantino/greco al rinascimentale/latino consiste nell'adozione della parabola del "descensus Dei" e alla sua prevalenza su quella dell"Ascensus Dei". Ignorarlo è perdere la chiave per comprendere una svolta epocale. La liturgia cristiana che si ispira alla spiritualità eremitica e monastica della "fuga mundi ritiene" l'Ascensione come la "Festa Dies": Festa delle feste! (30). Francesco d'Assisi propone un’alternativa con cui si può optare per Natale: "Al disopra di tutte le altre solennità celebrava con ineffabile premura il Natale del Bambin Gesù, e chiamava Festa delle feste ('Festa dies') il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato ad un seno umano" (31). Nessuno ha mai avuto dubbi sull'ortodossia del "vir catholicus et totus apostolicus" (Liturgia dei 4 ottobre). Nel Salmo per Natale Francesco applica alla memoria liturgica del Natale l'antifona che ancor oggi viene adottata esclusivamente a quella della Risurrezione-Ascensione, costruendo un raccordo tra l'inizio e il compimento dell'unico mistero/giorno della salvezza inaugurato dal Verbo incarnato, luce dei mondo (Gv 8,12): “Questo è un giorno che ha fatto il Signore: esultiamo e rallegriamoci in esso" (Salmo 117,24) (32). Nello stesso Salmo natalizio, Francesco dimostra ancora la consapevolezza che il corpo assunto a Natale è per il sacrificio del Venerdì santo: “Offritegli le vostre vite e portate la sua santa croce". Non deve stupire nessuno il fatto che Francesco, in una preghiera per Natale, prospetta il sacrificio e la croce. Il 25 marzo, giorno celebrativo della Concezione dei Verbo, che dava avvio al calendario cristiano in uso anche nella Curia romana, veniva definito come il Dies mysteriorum! Le strade del Natale del Messia a Betlemme non sono meno intrise di sangue innocente di quelle della sua Morte a Gerusalemme! Il mistero dell'incarnazione, come del resto tutti i misteri cristiani che di esso sono inizio, sviluppo e compimento, non va solo celebrato e commemorato come episodio del passato, ma anche vissuto nell'oggi perenne dell'evento salvifico.

PEDAGOGIA E GRAZIA DEL "PRESEPIO FRANCESCANO"

Anche se i nostri presepi viventi o non viventi, meccanici o meno rassomigliano solo da lontano a quello di Greccio, rimasto unico nella storia delle celebrazioni natalizie, essi tuttavia sono in grado di richiamare ai loro fruitori i valori religiosi, antropologici ed ecologici che avevano motivato l'iniziativa liturgico-drammatica natalizia di Francesco, “uno dei massimi formatori dell'anima e dello spirito della storia europea" (33).


PASQUALE MAGRO, ofm conv.



Note al testo:

1- Ne scrive E. AUERBACH: "Quale importanza avesse l'azione di San Francesco di Assisi sul rinnovamento della fantasia e sulla rinascita dell'intuizione sensibile, ho tentato di dimostrare anche io, come già molti altri, e la cosa è già nota da gran tempo agli storici dell'arte figurativa" (Studi su Dante, Milano 1971, p. 25).

2- TOMMASO DA CELANO, Vita Prima di San Francesco d'Assisi (in seguito: I o II CELANO), in AA.VV. (a cura di), Fonti Francescane (in seguito: FF), Assisi 1978, pp. 442 e 476.

3- BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Leggenda Maggiore (in seguito: LM), cap. X, 7; FF, p. 924. “Francesco era un evangelizzatore della verità, fatto forte dall'autorità apostolica del papa" (Leggenda dei tre compagni, 54; FF, p. 1106).

4- H. GRISAR, Archeologia del presepio in Roma (V-XVI secolo), in "Civiltà Cattolica”, 59 (1908) 702-9; AA. VV., voce: Presepio, in Enciclopedia Cattolica, Città dei Vaticano, 1952, IV, 1971-3.

5- A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, Berlin 1874, ad annum 1207 (8 gennaio), p. 253.

6- “Ad excitandam devotionem". Così, secondo Bonaventura, viene motivata da Francesco l'iniziativa grecciana (LM, luogo citato). Scrive M. APOLLONIO: “Per diretta influenza dei francescanesimo, anzi personalmente di Francesco d'Assisi, cui si ricollegano i primordi della lauda e la fondazione dei presepio di Greccio, la preoccupazione della drammaturgia volgare fu meno di illustrazione che di edificazione" (voce: Teatro, in Enciclopedia Cattolica, citata, XI, p. 1831?3).

7- SAN FRANCESCO, Lettera al Capitolo generale, 6,52; FF, p. 166.

8- Ivi, 5,50; p. 165.

9- E. DELARUELLE, L'influenza di San Francesco sulla pietà popolare, in AA.VV., Atti del X Congresso Internazionale di Scienze Storiche, Firenze 1955, pp. 449-466; R. MANSELLI, Il soprannaturale e la religione popolare nel Medioevo, Roma 1985, passim.

10- I CELANO 86; FF p. 478. Vedi A. MANCINI, Francesco nella lauda e nella sacra rappresentazione, in AA. VV., Il Francescanesimo e il Teatro medievale, Atti del Convegno Nazionale di Studi, San Miniato, 8-10 ottobre 1982, Castelfiorentino, 1984, pp. 135 e ss.

11- Il privilegio richiesto e concesso a Francesco per il Natale 1223 costituirà un precedente importante per la concessione permanente dell'altare portatile nel 1227 (Gregorio IX, "Quia populares", Archivio del Sacro Convento, Bollario, I/4).

12- Tommaso da Spalato, testimone oculare e auricolare di Francesco predicatore a Bologna (1222), nota che Francesco non predicava come i chierici (FF, p. 1932). Ma vedi: B. LUISELLI, Omelia e dramma sacro, in AA.VV., Dimensioni drammatiche della Liturgia medievale, (Atti del Convegno di Viterbo, 31.V-2.VI. 1976), Città di Castello 1977, pp. 217 e ss.

13- "E' tanto più significativo il fatto che, in una singolare concordia e convergenza di religione popolare e di religione colta, San Francesco sia stato sentito come "alter Christus", rompendo con ciò ogni e qualsiasi schema agiografico precedente" (MANSELLI, Il soprannaturale, opera citata, p. 40).

14- I CELANO 85; FF, p. 478.

15- Lettera a tutti i fedeli, 9,53; FF, p. 155. Cf. H. RAHNER, L'Ecclesiologia dei Padri, Roma 1971, pp. 37, 15 e ss.

16- LM X, 7; FF p. 924. Importante ricordare che Bonaventura racconta la messa-presepe di Greccio nel capitolo sulla preghiera ("De studio et virtute orationis"). Francesco ha costantemente presente, in preghiera con lui, il pianeta animale. Gli è caro Apocalisse 5,13: “Ogni creatura che è in cielo e in terra e nel mare e nella profondità degli abissi renda a Dio gloria e onore e benedizione" (Lettera a tutti i fedeli, 10,61; FF, p. 156; Lodi per ogni ora. 7; FF, p.179.

17- II CELANO, 198; FF, p. 711. Negli Scritti del Santo, l'espressione più appassionata è per Gesù "fratello". Vedi Lettera a tutti i fedeli, 9,56, dove “avere un tale fratello" merita otto aggettivi: santo, caro, piacevole, umile, pacifico, dolce, amabile e sopra ogni cosa desiderabile (FF, p. 155). Il monachesimo benedettino, per il quale la liturgia costituiva l'"opus Dei" per eccellenza e il cui cammino ascetico era ispirato alla "fuga mundi", aveva come perno la natura divina di Cristo e accentuava la sua trascendente maestà e signoria. "Nella Regula (benedettina) non si trova una sola volta la parola 'Gesù' ( ... ). In San Benedetto Cristo non è mai presentato come 'Gesù nostro fratello', così come si è amato fare in epoche recenti. I titoli che più spesso gli si attribuisce sono quelli di 'Dominus', poi di 'Cristo'” (Cf. J. LECLERCQ, La contemplazione di Cristo nel monachesimo medievale, Milano 1994, pp. 71-76). Vedi anche P. MAGRO, Maria Dominum maiestatis fratrem nobis effecit. Il rapporto Francesco e Maria, in Tommaso da Celano, in AA.VV., Frate Tommaso da Celano storico e santo, (Atti di Convegno, 1994), Tagliacozzo 1995, pp. 104-105;

18- I CELANO 85; FF, p. 478 e ivi, 77; FF, p. 472. Scrive A. VETTORI: "La particolarità francescana di indicare le creature legandole a sé con un vincolo familiare tende a sottolineare e, forse per la prima volta nella tradizione cristiana, il recuperato stato di salvezza attuato anche in esse dall'Incarnazione. La comunione con Cristo raggiunta da Francesco, 'alter Christus', è tale da permettergli una visione della natura, più che nella sua purezza originaria, nella purificazione attuata in essa dalla redenzione cristiana" (L'armonia ricreata: le fonti bibliche del Cantico francescano, in "Annali di Storia dell'Esegesi", XI/1 (1994) 192-93).

19- I CELANO 85; FF, p. 478.

20- II CELANO 199; FF, p. 712.

21- A. BERGAMINI, Cristo Festa della Chiesa, Roma 19833, p. 344.

22- I CELANO 89; FF, p. 482

23- III CELANO, 2; FF, 739.

24- Rispettivamente: Testamento, 12; FF, 131 e I CELANO 84; FF, p. 477.

25- Ammonizione I,16; FF, p. 138.

26- Glossa ordinaria, ad Lucam 2,7.

27- Si legge in una diffusissima biografia di Francesco: “Sulla paglia vuota, il beato Francesco vede un neonato bianco e freddo come un morticino. Lo prende, lo stringe al cuore, lo riscalda con uno struggimento paterno e il bimbo si risente, si anima, apre gli occhi, carezza con le manine il viso esangue dei suo poverello" (M. STICCO, San Francesco d'Assisi, Milano 196316, p. 256).

28- Cf. P. CODA-J. CASTELLANO CERVERA, La comprensione di Cristo nella Teologia e nella Spiritualità dei Medioevo e dell'epoca moderna, in AA.VV., Gesù Cristo, Roma 1982, pp. 185ss.

29- Vedi, tra l'altro, E. ROSENTHAL, The crib of Greccio and Franciscan Realism, in "Art Bulletin", 36 (1954) 57ss; J.H. STUBBLEBINE, Assisi and the Rise of Vernacular Art, New York, 1985; G. HOLMES, Florence, Rome and the origins of the Renaissance, Oxford 1986, pp. 45-69 ("Religion: the Model of Francis of Assisi”).

30- J. LECLERCO, La liturgia e i paradossi cristiani, Milano 1967, p. 29.

31- II CELANO 199; FF, p. 711.

32- Salmo per Natale, 6; FF, p. 199.

33- M. SCHELER, Essenza e forme della Simpatia, Roma 1980, p. 156.



 
 



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